Sabato, 07 Marzo 2015 15:11

"Datemi una storia!" La grande vittoria di Tolkien secondo Edoardo Rialti. In evidenza

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In seguito alla presentazione del libro di Edoardo Rialti La lunga sconfitta, la grande vittoria. La vita e le opere di J.R.R. Tolkien all'Wow di Milano nell'ambito di La Magia dell'Anello abbiamo deciso di rispolverare una chiacchierata che tenevamo chiusa nel cassetto da un po', dal settembre scorso, alla vigilia della pubblicazione del libro. Oggi Rialti si è confrontato con Alan D. Altieri (traduttore di G.R.R. Martin) e Franco Forte (direttore editoriale delle collane per edicola Mondadori), con la moderazione di Emanuele Manco (direttore di Fantasy Magazine) e sappiamo che ha fatto ancora faville, parlando del fantastico post-Tolkieniano, di cui è un estimatore come forse nessun altro in Italia.

Sì, perché sabato 28 febbraio abbiamo assistito ad una presentazione come poche altre, una presentazione che la si sarebbe detta più volentieri dell'autore stesso, in carne ed ossa, piuttosto che un invito alla lettura delle sue opere. Fatalmente, si è rivelato un invito alla lettura anche più potente. Siccome, molti temi e non pochi modi espressivi di Edoardo erano già emersi nella nostra intervista/conversazione di qualche mese fa, abbiamo voluto che fosse messa a disposizione dei nostri lettori, così da presentare (noi a loro, a voi!) a nostra volta l'autore che presenta l'autore.

 

Ti ringraziamo, Edo, di averci concesso questa chiacchierata a microfoni accesi.

Grazie a voi, sono molto contento di essere con voi.

Per quelli che sono troppo ignari anche per la tua celebrità occorre spendere qualche riga per dire chi sei e secondo me uno dei modi più interessanti per farlo è partire con la domanda “Come diavolo si fa a diventare docente di Letteratura Comparata contemporaneamente ad Assisi ed in Ontario (Canada)?
E come si fa a mantenere entrambi i ruoli e insieme rimbalzare ovunque a parlare d’insegnamento e di letteratura inglese, tradurre in Italiano sia Shakespeare che Abercrombie (per tralasciare i nomi intermedi) e prendersi del tempo anche per saltuarie o regolari pubblicazioni di spessore?” A te la palla.

Molto semplice: magia nera.
In realtà uno zio mi ha lasciato un oggettino nel testamento. Sto sbiadendo, sto anche acquistando dei magnifici occhi cerchiati di fuoco e devo dire che (a parte i problemi di comunicazione con i Nazgl che creano sempre un sacco di problemi di connessione e di dialogo) lo consiglio a tutti, perché l'Anello del Potere funziona.

No, be', è molto bello poter fare quello che si ama e volerlo fare; è una fatica, ma è una bellissima fatica. Io ho il grande privilegio di fare esattamente quello che ho sempre voluto fare, non sento una diferenza qualitativa di fondo tra le diverse aree della mia vita lavorativa. Che si tratti di tradurre Letteratura Inglese, Americana (soprattutto fantastica o Fantascienza), che si tratti di scriverne facendo critica letteraria sui giornali o che si tratti di insegnarla in Università o di scrivere saggistica o narrativa per conto mio, per me sono tutte sorsate o cucchiaiate dal medesimo calderone: le Storie. Sono un uomo innamorato delle Storie, datemi una Storia. Amo anche la poesia, però per me la poesia più sedduttiva è la poesia narrativa, Omero, datemi un lungo libro con il quale passare tutto quanto l'Inverno. Alcune delle ore più belle della mia vita le ho passate godendomi delle belle storie. In questo, tra l'altro, narrativa, cinema, serie TV, fanno tutte parte della medesima dinamica esperienziale. Quindi, io, tentativamente, cerco di mettere le persone in comunicazione con la traduzione - insegnandolo in Università con i miei studenti o facendolo conoscere ai miei lettori sui giornali - di storie che anzitutto hanno fatto passare a me delle ottime ore. Può essere faticoso, ma bellezza e fatica sono assolutamente inscindibili, anzi è una dicotomìa che in fondo non esiste, è una fatica che ti fa piacere fare anche per l'intensità e la mole di lavoro.

L'ho raccontato spesso in interviste recenti, ma per è sempre vero, è bello fermarsi a guardare quello che stai vivendo. Stavo traducendo un romanzo di Abercrombie un mesetto e mezzo fa, ero molto stanco, un mese e mezzo di corpo a corpo con il testo intenso. Stavo cercando di lavorare sulla voce di un personaggio, una piratessa ubriaca, ed ero molto stanco “forse questa frase era meglio dirla così, forse l'avverbio sta meglio di qua...”. Mi son fermato col mal di testa e mi sono detto “Ok, sono stanco, ma se avessi il pomeriggio libero, cosa farei? Andrei in cerca di una storia. E quali sono i tipi di storie che mi piacciono? Le storie coi pirati, meglio ancora se ubriachi. Quindi, di cosa mi lamento?”.
E mi sono messo di nuovo a lavorare ridacchiando.

Perfino con Abercrombie? 
E' bello servire che quello che si ama. La cosa bella di chi, come me, ha la possibilità e ha voluto investire tempo ed energia per la critica letteraria è che ti è permesso sempre e innanzitutto di essere un lettore. Lo spiego sempre ai miei studenti e ai bambini: il critico letterario non è una persona particolare; da un punto di vista qualitativo io ho una grossa fortuna, mi pagano per leggere e rileggere e rileggere cose che leggerei anche gratis!

Il mezzo re, Joe Abercrombie.
Il libro che Rialti aveva da poco finito di tradurre al momento dell'intervista.
Vai all'intervista di Rialti ad Abercrombie su Sugarpulp.it →

È interessante, i nostri lettori più giovani hanno un prospetto interessante. Però tu con Tolkien hai iniziato a 21 anni a pubblicare, per l’invidia di molti giovani aspiranti studiosi, vedi il sottoscritto.
All’epoca (2004) fosti co-curatore di Uno sguardo fino al Mare, partecipando anche come autore in due saggi e, se non sbaglio, con le traduzioni delle magnifiche recensioni di C.S. Lewis e W.H. Auden, gli amici-apologeti di Tolkien nei primi momenti dopo le pubblicazioni di Lo Hobbit e dei volumi di Il Signore degli Anelli, che in Italiano fino ad allora mancavano. Dieci anni dopo quel primo sodalizio con Il Cerchio di Rimini, eccoti ancora ad un’altra adunata di Adolfo Morganti.

Quella di Lewis è di sicuro mia, quella di Auden era già stata tradotta da Minas Tirith e la ripubblicammo su permesso cortese di Adolfo Morganti.

L'ho scritto anche nella mia biografia di Tolkien. È vero, a 10 anni di distanza mi fa molta impressione, perché spesso l'editoria ha dei tratti pirateschi (tornando ai pirati rapaci o agli schiavisti dei romanzi di Conan il Barbaro) ma non è soltanto questo. Nell'editoria esistono anche maghi buoni e con Adolfo Morganti, che è un grande appassionato di letteratura arturiana - sono convinto che facendo un'analisi dettagliata della sua genealogia qualche interazione con Merlino la si possa andare a scovare - ho un debito che non si può pagare. Quando io e alcuni amici come furono Pietro Baroni, Mattia Zupo ed altri abbiamo fatto quel convegno universitario a Firenze, lui ha avuto il coraggio e la disponibilità di ospitarci per una pubblicazione vera e propria.

È stato un po' l'inizio di tante altre cose, è lì che in effetti ho scoperto che amavo tradurre, perché avevo tradotto quei documenti di Lewis e li avevo fatti circolare in ambiente universitario. Quando poi sono confluiti nel volume mi sono reso conto che una delle cose che amavo di più era mettere in comunicazione il lettore italiano con delle storie belle che già ci sono.

Io ho iniziato a conoscere la trattazione critica di Tolkien ascoltando te, ma non sono certo l’unico. Ricordo con estremo stupore, oggi, quel venerdì di agosto inoltrato nel 2007 (si era al Meeting di Rimini) in cui tu, Padre Guglielmo Spirito e la prof.ssa Milbank vi siete seduti davanti a 5mila e passa persone, di cui molti giovanissimi da tutta Italia. Quando, prima degli interventi, il presidente del Centro Culturale di Milano fece il tuo nome ci fu un’assordante ovazione. Da entrambe le parti avevi due dei migliori studiosi della teologia nelle opere di Tolkien, nomi eminenti e persone davvero preziose; per il popolo del Meeting però esisteva l’associazione Tolkien-Rialti. Che valore ha per te portare Tolkien (e altri Grandi della Letteratura) ai giovani e ai meno giovani di tutt’Italia, perché ti accolli questo sforzo?

Anzitutto, la gente “ha bisogno di rivedere le sue priorità”, come dice Ron di Harry Potter, quei momenti ne sono l'ennesima dimostrazione. Ma è vero, è più facile applaudire gli Hobbit che Gandalf o la regina di Gondor, la prof.ssa Milbank, anche se questo è l'unico caso in cui concederò per amore di finta umiltà di assomigliare ad un Hobbit, perché essendo un Fiorentino vengo da Minas Tirith, come ha detto Tolkien, sono un Uomo di Gondor, un Denethoriano, anche per il cinismo.

Direi che dal libro di Il Cerchio poi ho avuto la possibilità di girare tanto e di parlare di Tolkien in tanti ambienti, specie liceale ed universitario (nel frattempo si erano si aggiunte altre pubblicazioni su Lewis e il Fantastico in generale). Non saprei dire una cosa tanto diversa da prima: è semplicemente molto bello, nella misura in cui è possibile, servire e amare quello che si ama. Ci sono debiti che non si colmano. Il debito dalla prima volta che le storie di Tolkien sono entrate nell'orizzonte del mio sguardo è un debito che non si colma, neanche se scrivessi 50 libri. Tutti i propri gesti, i propri tentativi – sono dei tentativi! Dei simboli, dei segni di qualcosa che c'è prima, c'è durante e c'è dopo. Questo è stato per me. C'era e c'è tutt'oggi, proprio per il valore e l'intensità dell'opera di Tolkien e non soltanto, una grande fame, un grande desiderio di dibattito e di approfondimento di qualcosa che si è già vissuto. Come diceva T.S. Eliot:

“Abbiamo avuto un'esperienza, ma c'è sfuggito il significato. Solo riaccostarci al significato restituisce l'esperienza.”

 

 

 

Ho avuto il piacere e il privilegio di essere una delle voci coinvolte nel momento in cui anche in Italia, grazie al contributo multiforme e sfaccettato di tante voci, si è alzata l'asticella, o forse si è andati più in profondità, non solo quale sia l'immagine più giusta, probabilmente tutt'e due.

Così ho avuto il piacere di portare il mio contributo, il mio tentativo: cercare di guardare a Tolkien. Ma contemporaneamente è stata per l'occasione di imparare tanto attraverso dialoghi con tantissime persone che ho incontrato, persone con le quali ho tenuto convegni, incontri in Università; e sempre e soprattutto è stata la grande possibilità di continuare ad attingere, accostare quelle cose. Anche oggi, quando devo andare a parlare di una cosa a cui tengo, per quanto possa dire di conoscerla ho bisogno di rileggerla, di tornare ad essa. Perché grattare, raschiare il fondo del barile di quello che già so annoierebbe soprattutto me stesso. Mentre, come diceva il mio professore universitario, il mio maestro Riccardo Bruscagli, “L'arte è un segreto evidente”. È evidente alla prima lettura, da un certo punto di vista se sei ben connesso con te stesso e col mondo, la nota suonata da un grande libro. Magari ma non sai dirlo, ma hai capito che lì si ruota intorno a certe cose, ad una certa dimensione, è più facile magari esprimerlo con immagini che con concetti. È evidente ma contemporaneamente è un segreto, qualcosa che vale la pena di scavare, scavare, scavare.

Un aspetto fondamentale della critica e nella critica io coinvolgo chiunque legga un libro, appunto un lettore è un critico, in un certo senso è il primo traduttore, perché ognuno di noi traduce nel proprio cosmo. È ovvio che più un'opera letteraria è dettagliata e più c'è un'alterità e una precisione del testo, ma se io dico anche solo “mare” ad un convegno, nella parola “mare” due uditori diversi, uno cresciuto sull'Adriatico e uno sul Tirreno vedranno un mare diverso. Ognuno ha un proprio cosmo immaginativo e interpretativo. È bello perché in qualche modo la critica letteraria rende ragione della sua efficacia quando valorizza quello che era già presente fin dalla prima lettura. No? Non è l'applicazione esterna di qualcosa che va giustapposto al testo, ma anzi è un palesarsi di più di quello che sarebbe successo lo stesso.

È interessante che tu dica che tale aspetto passa anche attraverso il confronto con giovani e giovanissimi, ovvero che andando a parlare di Tolkien tu dai seguito a ciò che è iniziato dalla prima lettura. Anche con i giovanissimi, dove tu saresti quello che insegna.

In realtà chiunque faccia esperienza culturale, sa che la dinamica è “quanto più si da, si riceve”. E' molto difficile tagliare con l'ascia dove inizia l'uno e dove finisce l'altro.

Più di recente, nell’ultimo marzo, 1200 studenti di 32 scuole italiane da 24 province diverse pendevano dalle tue labbra a Firenze, mentre parlavi di uno dei temi tolkieniani che preferisci, il viaggio degli Hobbit. Tolkien solca e sprona le nascenti coscienze dei giovanissimi come pochi altri autori. Quanto può essere importante la sua compagnia in età tanto giovani, specie se portata in un esercizio educativo a scuola, quali i segni benevoli che vedi più spesso?

Io ero là come relatore: è sempre molto bello poter parlare davanti ad una platea di ragazzi anche piccoli. Come diceva il buon Lewis “Un libro merita di essere letto a 10 anni se non merita di essere riletto a 50”. In questo senso, io non ritengo un bambino una categoria speciale di lettore, semplicemente perché questa è la mia esperienza di quand'ero bambino. Io ho letto più cose di quelle che leggevo da bambino, ma non ho smesso di trovare interessante, ciò che trovavo interessante ad 8,10,12 anni, anzi! L'ho detto recenetemente in un'altra intervista, come diceva òla scrittrice americana Flannery o'Connor “Chiunque abbia già superato la scuola media ha già sufficiente materiale per scrivere narrativa per tutta la vita”. Chi è sopravvissuto alle Medie ha già conosciuto il bene e il male, la crudeltà e il coraggio, il dolore, la speranza, la fede o l'ateismo...

Il convegno "There is more in you of good than you know" di diesse a Firenze durante la lezione di Rialti.

 

Ritengo che i bambini non siano dei recensori particolari del fantastico, che era parere anche di Tolkien e Lewis. Dipende da bambino a bambino, da ragazzino a ragazzino. Ma è sempre molto bello lavorare con ragazzi molto giovani, addirittura molti piccoli, perché in molti di loro non c'è ancora l'artificio di considerare che letteratura e lettura valgano la pena se non per quella pena che dovrebbe valere anche un grande professore universitario. Cioè, perché è una grande, meravigliosa, fichissima storia. Ooh [di soddisfazione, ndr]... “Dateci delle Storie!”

Come Tolkien è stato uno dei più grandi filologi del '900, Lewis è stato uno dei più grandi critici letterari del '900, ha insegnato a Cambridge ed Oxford, le Due Torri, le sue lezioni sono un dono immenso; diceva in una memorabile su Il Paradiso Perduto di MiltonBene studiare l'esametro o capire per bene la natura dell'epica....”, lezioni di una nettezza straordinaria. Poi alla fine della lezione chiude “Diciamocela tutta: un ragazzino che apra a caso Il Paradiso Perduto e non sapendo niente della Bibbia, dell'Iliade, della qualità dell'Epica Secondaria” come la chiama lui, l'epica ricca che cita la Primaria, “e semplicemente leggendo esclami “Wow!”, quel ragazzino” cito testualmente “è più vicino al testo del critico che pretenda di analizzarlo a freddo”. La cosa bella è stare, dialogare con i ragazzi all'unico livello che è all'origine di tutta l'accuratezza dell'erudizione.

C'è una contrapposizione un po' stupida. Si contrappone il critico preciso, con gli occhiali messi in questo modo, la polvere sui capelli, la forfora, la faccia da topo, noiosissimo e pedante, con il letterato bohèmienne che magari non sa neanche cos'è il congiuntivo, però come sente lui Omero non lo sente nessuno! È una gran cazz**a! È solo l'amore per la forza e l'intensità dell'esperienza letteraria che ti sostiene nell'amore del dettaglio. Lo dico sempre ai miei studenti “Sono piuttosto convinto che probabilmente voi, che avete tante obiezioni per l'imparare a memoria certe cose, in realtà ne imparate a memoria molte semplicemente frequentandole: la musica che preferite, il numero della persona che amate...”. Uno non ci pensa, semplicemente torna, torna e ritorna a quella cosa e la mette a fuoco. Questo ti dona una precisione, una competenza, un rispetto, perché se ami quella cosa, non ne ami la tua idea, ma amare quella cosa, la vuoi difendere, la vuoi valorizzare, la vuoi esprimere per quello che la cosa è. Questo è il sostegno e il carburante di ogni onestà intellettuale che si rispetti.

Prima hai citato la traduzione di un lezione di C.S. Lewis, la tua traduzione. Per te sono stati dieci anni di Tolkien dicevamo, ma dieci anni anche e soprattutto di Lewis. Con Lewis hai cominciato traducendo in un’edizione critica vari dei suoi migliori saggi (Come un Fulmine a Ciel Sereno, Marietti 2005), tra cui On Stories , la risposta di Lewis al saggio miliare di Tolkien On Fairy-Stories. Immagino la soddisfazione quando il Gruppo di Studio per Marietti ti ha chiesto di tradurre e curare Narnia and Beyond (Marietti, 2008) di Thomas Howard come parte integrante della collana Tolkien e dintorni .

Un po' Buzz Lightyear, ma bellino.

Un rapporto amicale e senza esclusioni di colpi, il loro, che tu hai molto a cuore nello studio di entrambi. Si può dire che usi Lewis per spiegare Tolkien e viceversa.

Non direi tanto che uso Lewis per spiegare Tolkien. Lewis è stato spesso contrapposto, a volte a ragione (si fa un binomio sbagliato NarniaIl Signore degli Anelli) ma non è una questione d'impostazione culturale o ideologica o filosofica. C'è una serie di lettori che dice “Narnia catechismo sottobanco, Il Signore degli Anelli non lo è”. Al di là della discussione sulla questione, che ha comunque dei validi motivi per essere fatta, non bisogna confondere l'impostazione fortemente allegorica di Lewis con l'impostazione fondamentalmente analogica della struttura tolkieniana; l'errore è secondo me paragonare delle cose che al di là del contenuto sono fondamentalmente diverse. Narnia è una raccolta di fiabe allegoriche, Il Signore degli Anelli è un romanzo epico, è come paragonare Cenerentola con l'Odissea: Cenerentola non è brutta, è bellissima iuxta propria principia. Non ha senso paragonarli, è la modalità narrativa anzitutto diversa. In Narnia i bambini Peter, Susan, Edmund e Lucy imparano a tirar di spada nel giro di 3-4 giorni. È un ritmo totalmente diverso fi nella logica del profondo dettaglio del realismo per cui Tolkien controllava i cicli delle fasi lunari per essere sicuro che quel giorno in Ithilien la luna illuminasse in quel modo e non in quell'altro.

Invece Lewis ha un forza fondamentale, spesso, mi viene da dire, darebbe manforte ai critici della sua stessa scrittura. Lewis come critico letterario aveva una validità, una magnanimità, una capacità di immedisimarsi con i testi che è qualcosa da cui hanno da imparare anche coloro che non condividono le posizioni culturali, filosofiche e ideologiche di Lewis stesso. La più bella definizione di critica letteraria che io ho letto, lewis la mette in L'Allegoria dell'AmoreCompito del critico letterario è mettere il lettore in contatto con la vita del libro e poi di lasciarli da soli”. L'impostazione meno ideologica che si possa immaginare.

In realtà di Tolkien e Lewis ho sempre trovato commovente l'intensità e la natura dell'affetto di questi uomini così diversi, che naturalmente percorre la loro narrativa perché percorreva anzitutto la loro vita, una sorta di manifesto comune. Loro condividevano più l'urgenza di certi livelli che neanche poi la declinazione con cui a questa urgenza rispondevano. In un secolo così fortemente ideologico, la storia di persone così diverse affascina sempre molto.

Molti sono gli episodi di vita privata e accademica comune o separata di Lewis e Tolkien in cui si nota come non ci fosse nessuna differenza di metodo nello stare insieme dei due così diversi amici: il rapporto con Owen Barfield, i due saggi che abbiamo detto sopra.

Lewis ha scritto cose bellissime sull'amicizia. Citava Emerson “In amicizia mi vuoi bene vuol dire “Vedi anche tu?”, vedi anche tu questo livello? E il livello per loro era l'importanza delle Storie. La scommessa famosa di Lewis a Tolkien “Tollers, nessuno scrive le storie che ci piaciono, ho paura che dovremo farlo noi”. È interessante, le loro opere sono nate da persone che non volevano cambiare la letteratura del '900, volevano scrivere delle storie con le quali godersi una serata bevendo e fumando la pipa. Proprio per questo, le loro opere sono rimaste fedeli al loro principio. Forse non volevano neanche raggiungere milioni di lettori, volevano scrivere delle storie per i loro amici, solo che non sapevano quanti milioni di amici avessero.

È anche stupefacente che le opere che hanno raggiunto i loro milioni di amici non siano quelle nate a seguito della scommessa, ovvero la Trilogia dello Spazio di Lewis e La Strada Perduta di Tolkien; che anzi queste siano state quasi totalmente oscurate dalle successive.

Gli Inklings sono splendidi anche come storia di tutto quello che non hanno scritto: abbozzi, discussioni, etc. Un calderone di amicizie che ha ospitato la specificità del cammino di ognuno. Se si deve dire, l'ho scritto più d'una volta, Il Signore degli Anelli è anche un tributo all'esperienza di amicizia degli Inklings e degli amici precedenti, i T.C.B.S. morti durante la Prima Guerra Mondiale. Non è una somma delle esperienze degli Inklings, ma è dovuto ad un certo modo di vivere l'amicizia.

Con Lewis (2012), dopo che con G.K. Chesterton (2011), ti sei lanciato nelle biografie critiche, una tipologia di studio e di esposizione che è stata particolarmente fortunata anche per Tolkien all’estero, nonostante ad una prima occhiata Tolkien non sembrasse favorevole all'operazione di tracciare dirette connessioni tra la vita di un autore e le sue opere. Ecco che ti lanci proprio su di lui con “La lunga sconfitta, la grande vittoria. La vita e le opere di J.R.R. Tolkien” ed. Cantagalli. A qualcuno viene anche un colpo a leggere un titolo del genere.

Abbiamo deciso di fare questa terza biografia letteraria – biografie letterarie io le ho fatte, è bene citare i propri punti di riferimenti, c'è un Inkling molto meno noto degli altri, nemmeno Charles Williams, Lord David Cecil, l'aristocratico del gruppo, che ha insegnato ottime cose ad Oxford e non solo, autore del bel saggio The Fine Art of Reading e di splendide biografie letterarie. Una di Jane Austen, di poeti della fine del '700, i preromantici inglesi. Io ho voluto fare la stessa cosa. Non ho voluto – cosa da cui Tolkien giustamente metteva in guardia – una riduzione psico-analitica delle opere alla vita di Tolkien quali, banalmente, “Tolkien viene morso a quattro anni da un ragno, questo ritorna in Shelob"; oppure, per assurdo, “gli strilli della moglie di Tolkien ri-echeggiano nelle urla dei Cavalieri Neri” o “forse l'Occhio di Sauron era l'occhio del preside del college di Tolkien?”. Non volevo fare questo tipo di accostamenti, peraltro divertenti. La stessa critica psicoanalitica, se intelligente, è consapevole degli eccessi. Lo stesso Freud disse “Ragazzi, qualche volta un sigaro è soltanto un sigaro”.

Lord David Cecil

Io però volevo fare un'altra cosa. Leggere questi autori, sempre per tentativi, per ciò che li contraddistingue alla base. Provare a fare una vita di Chesterton chesterton-ica, una vita di Lewis lewis-iana, una vita di Tolkien tolkien-iana. Ho voluto fare quello che avevamo già fatto in Uno Sguardo fino al Mare, frase dalla conferenza di Tolkien su Beowulf [Mostri e Critici, ndr]. Tolkien descrisse i critici con l'immagine di chi smonta una torre per scoprire da dove provengano i mattoni costituenti, così evitando di fare la cosa fondamentale. Perché quella torre serviva per gettare lo “sguardo fino al mare”. È questo che ho provato a fare con la mia ennesima biografia letteraria, a guardare dove guardava Tolkien. Provandoci. È un tentativo particolare, spero non sia parziale, è diverso, “particolare” non significa “parziale”. Ho voluto tentare di mostrare come nelle sue opere risuonasse la nota di un accento, di un'impostazione, di una sensibilità, di un debito, la rifrazione di un motivo, di qualcosa che era prima, durante e dopo l'esperienza della scrittura. Prima, durante e dopo. È molto difficile, mai ho voluto ridurre le opere di Tolkien alle sue esperienze vissute; come disse una volta un uomo, un critico letterario, Fiscaroli (con il quale sono in disaccordo in tantissime cose, dal quale mi ritrovo distante umanamente e che ritengo grave per affermazioni politiche ed umane), ha detto “La vita va all'arte, ma l'arte non torna alla vita”. Tutto nella vita ti porta a scrivere certe cose ma poi questa non è ricoduncibile alla somma delle esperienze pregresse. C'è un “più”. Questo abbiamo voluto provare a fare raccontando la vita e le opere, non “la vita è le opere”, la vita e le opere.

Il titolo che abbiamo deciso, è sempre interessante raccontare quali non sono scelti. Perché ti racconta quello intorno a cui ruota l'impostanza che stai cercando di indicare. C'erano più titoli che mi piacevano. Tra cui:

  • Era tra le ombre un luccicar di stelle.

Frase dalla poesia di Beren e Luthien cantata da Aragorn prima dell'attentato a Colle Vento. Volevo in quel caso un raffronto, un contrasto tra il buio generale e lo sfavillare di una bellezza che non si riesce a soffocare: “era tra le ombre un luccicar di stelle”.

  • Un altro che mi piaceva, già utilizzato, era Le radici profonde non gelano.

Come vedi, si tratta di una frase, in tutti i casi, non mia. Si tratti di frasi di Tolkien: anche l'attuale viene da una sua lettera in cui diceva di non aspettarsi che la vita fosse altro da “una lunga sconfitta, sebbene contenga esempi e intuizioni, specialmente in una Fiaba, della grande vittoria finale[cit. quasi letterale dalla Lettera #255, ndr]. Un'altra che mi piaceva, sempre prima dell'attentato a Colle Vento.

  • "C'erano anche lì oscurità e tenebra ma anche grandi gesta non del tutto vane".

Non del tutto vane, la vita e le opere di Tolkien mi piaceva molto. Jean-Louis Guitton diceva “E' sempre salutare provare ad identificare un autore con una sua frase.” Non ridurlo ad una frase come fosse un manifesto, ma dire “qui c'è una nota che è assolutamente sua. Questa è una frase che avrebbe detto proprio lui”. “La Lunga sconfitta, la grande vittoria” e “Tra le ombre un luccicar di stelle” oppure “Non del tutto vane” mi sembrano tutte cose che implichino una dimensione profondamente vera dell'animo, dello sguardo, della vita e quindi anche dell'opera di Tolkien.

Hai anticipato la domanda che ti avrei fatto ora. Il titolo è veramente ambizioso, quel “la grande vittoria” sembra un guanto di sfida alla cautela dei migliori commentatori. Anche quelli che hanno conosciuto Tolkien non si spingono ad un giudizio così trionfale sul connubio di vita ed opera, quantomeno per lo spesso velo di tristezza e stanchezza che si era steso su Tolkien nei suoi ultimi anni. Capisci bene che portata ha il solo titolo, specialmente sapendo l’oculatezza con cui li scegli di solito, adesso confermata.

Nel provocarti prima circa l'opinione di Tolkien sulle biografie letterarie volevo proprio una risposta di quelle che mi hai dato. Diverse sono state le biografie critiche di Tolkien dal grande fascino. Su tutte Tolkien: l’Uomo e il Mito di Joseph Pearce (che mi sembra molto in sintonia col titolo della tua) così come l'approccio fortemente storico in Tolkien e la Grande Guerra di John Garth; queste hanno interpretato, riletto la vita di Tolkien ed in alcuni casi emendato le magnifiche biografie di Humprey Carpenter; di fronte a tutti questi testi l’impressione è che tu abbia preso in carica un’aspirazione davvero portentosa, forse troppo nello sfidare la tesi di Carpeter dell'uomo sì “antitetico” tra vittoria e sconfitta, ma con un lieve sbilanciamento condiviso verso la “lunga sconfitta”.

Ci sono diverse cose da dire. È particolarmente esatta l'espressione “uomo antitetico”, non so se addirittura dire “ossimorico”. Ci sono stati tentativi molto importanti di critica negli ultimi anni. Pearce ha dato contributi utili, specie per come dice certe cose, anche se, devo essere sincero, ultimamente temo che stia soccombendo ad un atteggiamento da scacchiera che io non sottoscrivo. Fa rientrare dalla finestra ciò cui chiude la porta in faccia. In effetti, se uno legge le sue ultime cose (anche su Lo Hobbit), di fatto trasforma Il Signore degli Anelli in una grande allegoria cattolica. È sempre stato un rischio delle sue biografie: una persona è interessante se sottoscrive qualcosa a cui sono d'accordo. Per me è sbagliato, ci dev'essere un'immedesimazione sul principio dell'altro. Io ho analizzato di un autore cose che non è detto che sottoscrivessi e credo che uno debba far parlare quella persona, dare la voce a lui, permettere al lettore di immedesimarsi, poi il d'accordo e non d'accordo... una certa critica, americana soprattutto, credo abbia un'impostazione ultimamente un po' ideologica, il che è profondamente sbagliato. Trasformi il libro, il testo, in un pretesto, pericoloso, molto.

Non vorrei chiudere, perché l'opera critica di un'opera letteraria dovrebbe sempre essere un esperimento aperto. Se c'è una cosa cara ai lettori di Tolkien è quella strana, misteriosa tristezza che ti lascia. Una tristezza che non si baratterebbe per tante gioie a buon mercato. Questa nota, questa cara tristezza è una nota che tiene presente i due poli. In Tolkien ci sono momenti di straziante dolore, momenti di gioia incredibili e ci sono momenti di profondissima malinconia. Per Tolkien la vita è “una lunga sconfitta che contiene esempi e intuizioni di vittoria finale”, il che non vuol dire che finisca con una vittoria. È diverso. È una vita che “una lunga sconfitta che contiene esempi e intuizioni di vittoria finale”. Tenere presente queste cose contemporaneamente fa bene alla salute mentale, perché nella vita di Tolkien e nelle opere c'è tutto questo. Più d'una volta ho fatto notare ai lettori che Lo Hobbit termina con due amici che ridono insieme in giardino - “Grazie al cielo!” rispose ridendo e ripose la borsa del tabacco - e Il Signore degli Anelli termina con due amici che piangono, con Sam da questa parte del mare che ritorna in quella stessa contea dove Bilbo si era messo a ridere con Gandalf e trae un profondo sospiro.

Se vogliamo parlare proprio della vita, dove pensi che sia il senso tangibile o l'intuizione della vittoria?

Una domanda molto difficile e non vorrei entrare nel giochino di “rompere l'oggetto per sapere che cos'è” come Gandalf dice a Saruman. Ci sono state delle cose che per Tolkien erano qualitativamente diverse dalla quantità di Male, di sconfitta che lui può aver vissuto. Sua madre, Edith (il che non vuol dire che il rapporto fosse rose e fiori, anzi, proprio perché era una rosa aveva le sue spine!), i suoi figli, i suoi amici, la sua fede, il dono della scrittura, certi posti.

Il dono della scrittura apre una questione avvincente e controversa. Sembra, in alcune opere brevi che Tolkien parli della propria scrittura come un'opera illecita, addirittura un'opera dolorosamente colpevole. Specialmente in Fabbro di Wootton Major, ove sembra biasimarsi per aver spogliato la filologia per scrivere le proprie opere. Questo trasudare di tristezza è lancinante in alcuni momenti, tanto nella vita quanto nelle opere. È vero dall'altra parte che non sembrava essere mai smosso nelle convinzioni che riteneva più care e nate nella considerazione del “martirio” di sua madre.

In lui ho visto sempre (lo dice Carpenter) che era un uomo dai contrasti fortissimi. Era capace di essere abbattuto emotivamente in modo molto forte perché un albero veniva abbattuto. Non lo dico con disprezzo, anzi. Era un uomo molto sensibile ad accusare il colpo, nel bene e nel male. Una cosa bella lo poteva riempire di gioia, una cosa dolorosa lo poteva ferire alle radici. Aveva la grande capacità di guardare questo suo temperamento e di sorriderne anche con umiltà e mortificazione. Lo si vede tanto. Era capace di antipatie profondissime, letterarie magari, ma di ammettere di essere un uomo limitato, la quale è la sconfitta del limite. E' quando il limite ti acceca che sei veramente limitato.

È vero, la sua vita è stata percorsa da colpi direi primordiali – l'assenza del padre, questo rapporto tra cose belle e fugaci, le belle cose che chiedono sacrifici, l'amore e la testimonianza di cose importanti richiedono sacrificio e impegno. Tolkien non è mai stato in determinati temi un uomo razionale. Lewis è stato un grande apologeta della fede cristiana e quant'altro, Tolkien diceva di tendere a perdere la pazienza. In lui c'era un focus emotivo legato alla storia di sua madre, ai sacrifici che lui stesso aveva sofferto da ragazzino. Queste cose plasmano, sono come materiale gretto di un certo modo di guardare le cose, il che non vuol dire che la sua opera letteraria possa essere ridotta a questo, ma anzi che queste cose sono state l'occasione perché quei viaggi potessero iniziare. Ma che il valore di quelle opere non sia semplicemente descritto dalle molte sue vicende, lo testimonia il fatto che le opere sono in grado di colpire, di intercettare persone con storie diversissime.

 


Il libro La lunga vittoria, la grande sconfitta. La vita e le opere di J.R.R. Tolkien si può acquistare direttamente al Museo Wow. Per tutti quelli che non possono recarvisi, potete usare il format d'acquisto qui di fianco, sostenendo Tolkien Italian Network. Il libro è consigliatissimo soprattutto per i neofiti, ma a qualunque livello di approfondimento siate, questo libricino vi invoglierà a tornare alle opere di Tolkien, il che è un punto di indiscutibile favore. Buona lettura!

 

 

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Letto 2765 volte Ultima modifica il Domenica, 08 Marzo 2015 11:07

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